...just a girl who writes...

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Cade

Cade. Cade senza posa, in silenzio. Bianca, pacifica, copre tutte le cose. I pensieri, nell’osservarla, si fanno fluidi. I ricordi, si si cristallizzano. Si sente odore di pane, di spezie, di legna che arde nel camino quasi perennemente acceso. Il tempo si dilata, si perde […]

due figli e non sentirli

eh, magari. cioè, io a volte effettivamente non li sento, ma perché alzo a palla il volume di Spotify in macchina. Il fatto è che si sono ammalati, in serie. Prima lo gnomo piccolo, che sabato scorso aveva una tosse da cane asmatico e che […]

Quattromilatrecentottantatré

4383 giorni

12 anni, oggi.

Onestamente mi fa un po’impressione

Quattromilatrecentottantatré.

Giorni pieni di noi. Giorni in cui bastava chiudersi in una stanza e tirarsi il piumone sopra la testa e il mondo intero restava chiuso fuori assieme a tutte le preoccupazioni, le insicurezze, i se e i ma. Giorni in cui il cuore è andato a mille all’ora. Giorni felici. Giorni tristi. Giorni bui, pieni di groppi alla gola e pensieri vorticosi. Giorni che avremmo preferito non fossero nemmeno iniziati. Giorni che non avremmo fatto finire mai. Giorni passati con gli occhi pieni di stelle, sabbia tra le dita, calici di vino bianco in mano, capelli stropicciati dall’aria di mare e dal sole estivo. Giorni densi, in cui il tempo si era dilatato così tanto da sembrare un tutt’uno con le nostre emozioni e le nostre paure, culminate con il pianto dei nostri due figli appena nati. Giorni in cui ci siamo promessi che sì, non ci saremmo persi mai più di vista, culminati con il giorno in cui ce lo siamo promessi davanti a tanta gente, in chiesa. Giorni frenetici, giorni lenti a fare da specchio a notti che sembravano non voler lasciare mai spazio all’alba, e altre in cui l’alba non sembrava voler arrivare mai a dare sollievo agli occhi gonfi di sonno e alle braccia stanche per il troppo cullare e consolare. Giorni ai quali non saremmo sopravvissuti senza l’altro a traghettarci fuori dalla tempesta e giorni in cui tutto scivolava via liscio come sull’olio…

Sono stati i 4383 giorni più belli della mia vita.

Non rimpiango niente, nemmeno un singolo minuto.
Sono grata anche dei momenti in cui ti avrei preso a testate così forte da farmi a mia volta un bernoccolo in testa perché so che è così anche per te.

Ho sempre pensato che non mi servisse a tutti i costi una metà, ché ero già nata intera e mi bastavo anche così: in un certo senso, in linea di principio, lo penso ancora.

Eppure senza la tua metà così perfettamente incastrata nella mia, non avrei vissuto questi quattromilatrecentottantatré giorni così intensamente. Probabilmente non avrei riso fino alle lacrime per le tue battute e le tue gag così giuste al momento giusto. Probabilmente, anzi sicuramente, non mi sarei sentita così accettata, capita, amata e portata in salvo ogni volta in cui la vita mi avrebbe travolta.
A questi quattromilatrecentottantatré giorni sarei sopravvissuta anche senza di te.

Però, grazie a te, li ho vissuti.

E allora ci auguro altri 4383 di questi giorni, amore mio.

The Wannabe Writer Syndrome

È strano perché ogni volta che apro il MacBook mi sembra di avere mille idee poi va a finire che ho solo una gran confusione in testa. La verità è che ho preso il mio perché. Non ho più voglia di scrivere. O meglio, la […]

“Rain for a Man”

Prologo Pioveva su una Londra più grigia del solito. In un bar all’angolo di una strada di King’s Cross, un uomo sorseggiava un caffè pessimo, lo sguardo fisso sulla pioggia battente contro la vetrata sudicia. A giudicare da come i passanti si stringevano attorno ai […]


My Diary

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Prologo

Pioveva su una Londra più grigia del solito. In un bar all’angolo di una strada di King’s Cross, un uomo sorseggiava un caffè pessimo, lo sguardo fisso sulla pioggia battente contro la vetrata sudicia. A giudicare da come i passanti si stringevano attorno ai loro cappotti fradici, il vento che dall’inizio della settimana flagellava la capitale, non aveva ancora smesso di fare correre brividi lungo la schiena delle persone. Bene. A lui piaceva il freddo; la nebbia e la pioggia lo avevano sempre messo a suo agio. Ed era un tempo ideale per mettere in atto la sua vendetta: non poteva pensare di percorrere il globo in lungo e in largo per trovarli, stanandoli come topi e facendo una carneficina in una bella giornata di primavera. Sarebbe stato difficile con il sole che splende, l’erba verdissima di Hyde Park che fa quasi male agli occhi e i bambini che corrono dappertutto facendo disperare madri troppo pigre per alzarsi dalle panchine e fare il loro vero dovere, ossia giocare con i propri figli.

No, decisamente meglio novembre, che inevitabilmente riportava alla sua mente a due anni prima, a una giornata così simile a quella: una notte in cui tutto il mondo che aveva fino ad allora conosciuto era crollato come un castello di carte, nel tempo di un battito di ciglia.

O di una detonazione, è lo stesso.

Strinse i denti, istintivamente la mano sinistra corse all’addome…sotto la camicia azzurra i polpastrelli percepivano ancora il solco della profonda cicatrice. Se chiudeva gli occhi e ignorava il brusio attorno a sé, poteva ancora ricordare la fiamma dell’accendino, il sapore di quella che aveva creduto l’ultima sigaretta della sua vita, lo sparo e il dolore. Acuto, improvviso, che si estese come una ragnatela in ogni fibra del suo corpo: le gambe che diventavano improvvisamente di cera, il duro dell’asfalto contro la sua schiena. E un ghigno soddisfatto su un viso che conosceva troppo bene persino per crederci…soddisfatto perché lo stava guardando morire. E lui aveva chiuso gli occhi, spinto inevitabilmente verso il basso, verso il buio.

E dopo nemmeno un attimo, era stata di nuovo luce: bianca, accecante e dolorosa. Per poi scoprire che non era stato un attimo, ma ventiquattro interminabili mesi, sdraiato in quel letto, senza che nessuno si preoccupasse di controllare se si fosse svegliato o meno. Del resto, trattare a calci nel culo tutti per ventisette anni, non poteva che suscitare disinteresse nei suoi confronti, da parte delle poche persone che conosceva. Quando, diverso tempo dopo, aveva imparato di nuovo a comandare le sue gambe, era anche arrivato il momento di decidere. Decidere se inseguire chi aveva cominciato a spargere tutta quella scia di morte, che li aveva divisi, distrutti, dilaniati nell’anima e nel corpo, oppure chiudere gli occhi e dimenticare. Dormire, di nuovo e questa volta per il resto della vita.

Si alzò, pagò il caffè e uscì sotto quella pioggia che sembra non bagnare nemmeno, da tanto era leggera e fitta. La sigaretta già tra le labbra e il bavero del cappotto alzato, sfidava il vento salendo su, verso Camden Town. Aveva bisogno di lei. Di vedere che c’era ancora qualcosa di buono al mondo per cui valeva la pena andare. E tornare soprattutto.

Fermo davanti alla sua porta buttò via l’ennesimo mozzicone e prima di entrare si voltò, le iridi nere come le ali dei corvi perse in quel cielo violaceo. No, non sarebbe stato giusto chiuderle: sorrise, beffardo, come era stato e come nonostante tutto era sempre rimasto.

Fu in quel preciso istante, che decise di rimanere sveglio, fino alla fine del viaggio.

continua… (forse)