...just a girl who writes...

Recent Posts

Quattromilatrecentottantatré

4383 giorni 12 anni, oggi. Onestamente mi fa un po’impressione Quattromilatrecentottantatré. Giorni pieni di noi. Giorni in cui bastava chiudersi in una stanza e tirarsi il piumone sopra la testa e il mondo intero restava chiuso fuori assieme a tutte le preoccupazioni, le insicurezze, i […]

The Wannabe Writer Syndrome

È strano perché ogni volta che apro il MacBook mi sembra di avere mille idee poi va a finire che ho solo una gran confusione in testa. La verità è che ho preso il mio perché. Non ho più voglia di scrivere. O meglio, la […]

“Rain for a Man”

Prologo

Pioveva su una Londra più grigia del solito. In un bar all’angolo di una strada di King’s Cross, un uomo sorseggiava un caffè pessimo, lo sguardo fisso sulla pioggia battente contro la vetrata sudicia. A giudicare da come i passanti si stringevano attorno ai loro cappotti fradici, il vento che dall’inizio della settimana flagellava la capitale, non aveva ancora smesso di fare correre brividi lungo la schiena delle persone. Bene. A lui piaceva il freddo; la nebbia e la pioggia lo avevano sempre messo a suo agio. Ed era un tempo ideale per mettere in atto la sua vendetta: non poteva pensare di percorrere il globo in lungo e in largo per trovarli, stanandoli come topi e facendo una carneficina in una bella giornata di primavera. Sarebbe stato difficile con il sole che splende, l’erba verdissima di Hyde Park che fa quasi male agli occhi e i bambini che corrono dappertutto facendo disperare madri troppo pigre per alzarsi dalle panchine e fare il loro vero dovere, ossia giocare con i propri figli.

No, decisamente meglio novembre, che inevitabilmente riportava alla sua mente a due anni prima, a una giornata così simile a quella: una notte in cui tutto il mondo che aveva fino ad allora conosciuto era crollato come un castello di carte, nel tempo di un battito di ciglia.

O di una detonazione, è lo stesso.

Strinse i denti, istintivamente la mano sinistra corse all’addome…sotto la camicia azzurra i polpastrelli percepivano ancora il solco della profonda cicatrice. Se chiudeva gli occhi e ignorava il brusio attorno a sé, poteva ancora ricordare la fiamma dell’accendino, il sapore di quella che aveva creduto l’ultima sigaretta della sua vita, lo sparo e il dolore. Acuto, improvviso, che si estese come una ragnatela in ogni fibra del suo corpo: le gambe che diventavano improvvisamente di cera, il duro dell’asfalto contro la sua schiena. E un ghigno soddisfatto su un viso che conosceva troppo bene persino per crederci…soddisfatto perché lo stava guardando morire. E lui aveva chiuso gli occhi, spinto inevitabilmente verso il basso, verso il buio.

E dopo nemmeno un attimo, era stata di nuovo luce: bianca, accecante e dolorosa. Per poi scoprire che non era stato un attimo, ma ventiquattro interminabili mesi, sdraiato in quel letto, senza che nessuno si preoccupasse di controllare se si fosse svegliato o meno. Del resto, trattare a calci nel culo tutti per ventisette anni, non poteva che suscitare disinteresse nei suoi confronti, da parte delle poche persone che conosceva. Quando, diverso tempo dopo, aveva imparato di nuovo a comandare le sue gambe, era anche arrivato il momento di decidere. Decidere se inseguire chi aveva cominciato a spargere tutta quella scia di morte, che li aveva divisi, distrutti, dilaniati nell’anima e nel corpo, oppure chiudere gli occhi e dimenticare. Dormire, di nuovo e questa volta per il resto della vita.

Si alzò, pagò il caffè e uscì sotto quella pioggia che sembra non bagnare nemmeno, da tanto era leggera e fitta. La sigaretta già tra le labbra e il bavero del cappotto alzato, sfidava il vento salendo su, verso Camden Town. Aveva bisogno di lei. Di vedere che c’era ancora qualcosa di buono al mondo per cui valeva la pena andare. E tornare soprattutto.

Fermo davanti alla sua porta buttò via l’ennesimo mozzicone e prima di entrare si voltò, le iridi nere come le ali dei corvi perse in quel cielo violaceo. No, non sarebbe stato giusto chiuderle: sorrise, beffardo, come era stato e come nonostante tutto era sempre rimasto.

Fu in quel preciso istante, che decise di rimanere sveglio, fino alla fine del viaggio.

continua… (forse)

 

 

Scrivere è un atto di coraggio

  Ogni tanto mi capita che qualcuno mi chieda come si faccia, materialmente, a scrivere un romanzo. Da dove si inizia, se mi capita di prendere appunti, se disegno gli schizzi dei personaggi, se mi ispiro solo a fatti realmente accaduti. Mi piacerebbe davvero tanto, […]

Scrivo, quindi sono. (matta)

“Scriva, scriva!| Vedrà come arriverà a vedersi intero!” Italo Svevo, “La coscienza di Zeno” Non lo so mica se mi sento intera, quando scrivo. Però mi aiuta, nei momenti, ahem, complessi o meglio complicati, a tirare dritto senza troppe menate o ripensamenti. Scrivere è terapeutico, […]


My Diary

Post ID:

“Scriva, scriva!| Vedrà come arriverà a vedersi intero!” Italo Svevo, “La coscienza di Zeno”

Non lo so mica se mi sento intera, quando scrivo. Però mi aiuta, nei momenti, ahem, complessi o meglio complicati, a tirare dritto senza troppe menate o ripensamenti. Scrivere è terapeutico, come stare con gli amici, portare a passeggiare il cane, giocare con i propri bambini.

Ultimamente, diciamo negli ultimi dieci anni, più o meno, non ne ho avuto molto, di tempo per scrivere. Prima la laurea, poi il lavoro, poi l’andare a vivere da sola, la convivenza, il matrimonio, i figli, le spese, le bollette, le lavatrici da fare, i pranzi e le cene da mettere in tavola.. insomma il mostro della quotidianità mi ha dato un po’ da fare, lo ammetto.
Ma bene e spesso è stato un ottimo alibi per dimenticare un sogno in fondo al cassetto, per autoconvincesi che beh, forse forse non era poi così tanto quella la mia strada, che non sono poi così brava.
In realtà non è una questione solo di talento innato: ok, quello o ce l’hai o non ce l’hai, ma sono convinta che se uno non è portato a fare una cosa, semplicemente non la fa. La mia è anche una questione di determinazione, costanza, convinzione. é sempre più facile stare sul divano a farsi le storie su fb piuttosto che accendere il mac e mettersi in discussione. Scrivere effettivamente è un po’ guardarsi dentro, spesso quello che viene fuori non è il massimo della vita, soprattutto se sei un tipo un po’ incasinato.

Quindi non so in che direzione sto andando. Certamente so che sono arrivata a un punto di rottura con tantissimi punti fermi della mia vecchia vita e certe convinzioni e abitudini si sono logorate a tal punto da lasciarmi i nervi troppo scoperti.
Ho pensato di accantonare i due progetti che ho a metà da anni ( se Hugo ci ha messo 17 anni a scrivere i Miserabili, perchè io non posso cazzeggiare con i miei “wannabe romanzi”?) e di cominciare con dei racconti brevi. Al liceo andavo forte con le short stories, era un genere che mi dava soddisfazione. Il racconto è veloce, immediato, dirompente e ti da immensa libertà, non ti lega alla continuità e alla complessità della trama di un romanzo. è un po’ come Sherlock Holmes su Netflix: se le colleghi tutti gli episodi viene fuori un romanzo fantastico, ma viste singolarmente il risultato non cambia: ti strappa il cuore comunque.

Hugo e Sir Doyle: la modestia non è mai stata il mio forte.