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The Wannabe Writer Syndrome

È strano perché ogni volta che apro il MacBook mi sembra di avere mille idee poi va a finire che ho solo una gran confusione in testa. La verità è che ho preso il mio perché. Non ho più voglia di scrivere. O meglio, la […]

“Rain for a Man”

Prologo Pioveva su una Londra più grigia del solito. In un bar all’angolo di una strada di King’s Cross, un uomo sorseggiava un caffè pessimo, lo sguardo fisso sulla pioggia battente contro la vetrata sudicia. A giudicare da come i passanti si stringevano attorno ai […]

Scrivere è un atto di coraggio

 

Ogni tanto mi capita che qualcuno mi chieda come si faccia, materialmente, a scrivere un romanzo. Da dove si inizia, se mi capita di prendere appunti, se disegno gli schizzi dei personaggi, se mi ispiro solo a fatti realmente accaduti. Mi piacerebbe davvero tanto, in quei momenti, riuscire ad atteggiarmi a poeta maledetto consumato, magari rigirando un calice di un buon rosso tra le dita e invece propendo sempre per la schiettezza che mi contraddistinue, allargo le braccia e me ne esco con un boohhhh! piuttosto imbarazzante.

In realtà non lo so, come si scriva tecnicamente un romanzo, perchè ad essere onesti non mi considero nemmeno una vera  e propria scrittrice, dato che non è scrivere quello che mi da da vivere. Certo, ho pubblicato due romanzi brevi (o due racconti lunghi, vedetela un po’ come vi pare, a me non cambia nulla), ma questo non fa certo di me una del mestiere. Ok, scrivo da sempre, penso che il primo vero racconto, con una trama e dei personaggi inventati di sana pianta, risalga alla terza o quarta elementare e poi da lì non mi sono più fermata, però beh, ecco… uno scrittore fa lo scrittore, di lavoro, mentre io gestisco una parte del settore commerciale dell’azienda di famiglia, che per carità, mi piace tanto e mi gratifica come lavoro, però non c’entra niente, nemmeno da lontanissimo, con la scrittura. Mi piace tanto anche tradurre, l’ho fatto per un po’ all’università, poi ho preso una strada diversa, di cui non mi pento, ma che sommata alla vita di tutti i giorni molto poco si concilia con le mie passioni e velleità artistiche. Suonavo la chitarra e il basso elettrico e in una stanza al piano di sotto che attualmente usiamo come ripostiglio ci sono un cavalletto, delle tele e colori e pennelli che mi aspettano da anni. Continuo a ripetermi che non ho tempo, che sono stanca, che i bambini, sai com’è…

Puttanate.

Non c’era un modo più elegante per dirlo, excusez moi, non l’ho proprio trovato. Il tempo, come dice sempre una mia cara amica, si trova sempre. Basta volerlo. La verità pura e semplice è che stare sul divano a lamentarsi, trovando sempre una valida scusa per giustificare il malumore, gli scatti d’ira o i momenti no è sicuramente più facile che mettersi a discutere con quella vocina subdola che dice che non ne vale la pena, che poi si fa tardi e la mattina poi alzarsi è difficile, tanto oramai a quasi 35 anni dove vuoi andare…

Potevo rimanere al piano di sopra, prima, mentre addormentavo i bambini. Potevo rimanere accoccolata vicino a loro nel lettone, annusando il loro profumo di pane, di sapone e di libertà, abbandonandomi a un sonno dolce, riposante, pieno. E invece, proprio mentre stavo prendendo il largo verso Morfeo mi è tornata in mente un’immagine su cui spesso fantasticavo quando di figli ancora non ne avevo nemmeno l’idea. E con estrema fatica ho riaperto gli occhi, sono andata in bagno a sciacquarmi la faccia e sono scesa giù, ho acceso il mac e ho messo su un po’ di Chai Tea e ho cominciato a picchiettare sulla tastiera con del buon jazz in sottofondo. E sono tornata indietro di parecchio, a quando scrivevo la sera dopo il lavoro, nella mia stanza a casa dei miei prima e nel mio meraviglioso bilocale minuscolo dopo. Che, per la cronaca, per tutti era piccolo, lo chiamavano il Tugurio, ma per me era comunque una reggia, perchè era mio, ci stavo da sola e lì ho assaporato per la prima volta il sapore dell’indipendenza, della libertà, della soddisfazione dell’essere diventata grande. E ogni tanto quella bella sensazione mi torna in mente e ho capito che quando capita è ora di scrivere.

Quindi ancora non lo so di preciso, come si scriva tecnicamente un romanzo. Io so che le idee migliori mi sono sempre venute durante o appena dopo un momento difficile, di grande emotività ed è proprio quando la mente e il fisico sono provati, che si innesca il meccanismo taumaturgico di guarigione. C’è chi compone, chi dipinge, chi crea piatti buonissimi, chi ha l’intuizione del secolo che gli cambierà la vita. Io scrivo. Quando tutto sembra insormontabile, quando la vita sembra mettersi sempre di traverso, quando gli affetti vengono a mancare o mettono comunque a dura prova ecco che c’è uno strappo ed è così netto e deciso che sembra quasi di sentire uno squarcio profondo, dentro. E le parole arrivano da sole, le diata viaggiano sui tasti del portatile, si delineano i tratti di un viso, gli interni di una casa, i sentimenti tra due persone… poi il resto viene da sé.

Ho scritto qualche pagina, prima, mentre aspettavo che il Chai si raffreddasse. Potrebbe diventare un romanzo. Oppure il primo di una raccolta di racconti sull’amore e l’amicizia e l’odio che ho in mente da tempo e che non ho mai avuto il coraggio di iniziare. Sì perché scrivere è un atto di coraggio, per me. Ci vuole coraggio a scavare dentro di sé, andando a fondo, sporcandosi le mani, invischiandole in parti melmose del proprio io che da sempre, per convenzione e per vergogna, si tendono a tenere nascoste agli altri. Scrivere è guardarsi dentro e non è così ovvio che quello che venga alla luce poi ci piaccia.

Staremo a vedere. Intanto ho iniziato ed è già qualcosa. C’è una bella luce e le tende si muovono dolcemente, spinte da una lieve brezza notturna, quella che manca in queste notti di afa e caldo torrido.

Domani è sabato e non lavoro, non c’è niente di meglio di un venerdì notte in cui tutti dormono, per riprendere a fare quello che più mi piace: aspettare l’alba. Scrivendo.

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Scrivo, quindi sono. (matta)

“Scriva, scriva!| Vedrà come arriverà a vedersi intero!” Italo Svevo, “La coscienza di Zeno” Non lo so mica se mi sento intera, quando scrivo. Però mi aiuta, nei momenti, ahem, complessi o meglio complicati, a tirare dritto senza troppe menate o ripensamenti. Scrivere è terapeutico, […]

La gratitudine è un sentimento sopravvalutato.

“dove vi è una grande volontà non possono esistere grandi difficoltà” Niccolò Macchiavelli Altrochè guru e “laifoach” ammerigani della mia fava, il buon vecchio Niccolò nazionale la mandava benissimo, a frasi motivazionali, secoli fa. E aveva anche un gran bel po’ di stile e lungimiranza […]


My Diary

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“dove vi è una grande volontà non possono esistere grandi difficoltà” Niccolò Macchiavelli

Altrochè guru e “laifoach” ammerigani della mia fava, il buon vecchio Niccolò nazionale la mandava benissimo, a frasi motivazionali, secoli fa. E aveva anche un gran bel po’ di stile e lungimiranza in più, ma questo è un mio parere personale.

Faccio mia la sua frase.

La ripeto ogni mattina, appena apro gli occhi e ogni sera prima di dormire, accompagnata sempre subito dopo da un grazie. Un grazie a me stessa e non a qualcuno o a qualcosa di soprannaturale, divino o avulso da me.

La gratitudine è un sentimento che usiamo quasi sempre a sproposito e che molto raramente sappiamo dosare. La gratitudine non è fine a se stessa e non va canalizzata solo esternamente a noi stessi, per come la vedo io. Io sono grata nella stessa misura della mia consapevolezza: so di essere nata a culo in una parte del mondo libera da conflitti sanguinari, malattie endemiche, malnutrizione, mutilazioni genitali come retaggio culturale eccetera. Non per questo mi sento in colpa verso chi ha avuto la sfiga di nascerci, in quei posti, perché anche io ho le mie beghe e la mia dose di merda quotidiana da spalare. Quindi ok essere grati per tutto quello che abbiamo di bello buono e bis nella nostra vita. Ok lamentarci il meno possibile perché non porta a migliorare la nostra condizione. Però anche basta con la solfa del “gratitude challenge awanagana everyday”. Insomma, una parte di quello che abbiamo di bello e buono ce lo saremo anche meritato, o davvero siamo così mucche da pensare che è solo grazie al destino?

Il karma è una ruota che gira. What goes around comes around.

Io ci credo fino a un certo punto. Perché io fondamentalmente sono un po’ come Macchiavelli e credo più nelle persone. Il divino, il mistico, l’esterno a noi fanno molta poca presa su di me. Forse è un limite, per alcuni. Per me è l’opposto, perché mi porta a non pormene, di limiti, o comunque a spostare sempre di più l’asticella.

Quindi si, sono grata. Sono grata di avere un carattere forte, una grande forza di volontà e un’attitudine innata a guardare sempre il lato positivo, anche in mezzo al pantano. Sono grata a me stessa, per essere esattamente come sono.

L’unico karma che mi piace, è quello messo in musica da Gabbani, che i miei bambini ballano tutto il giorno come due invasati agitando le braccia e alzando le gambe a fasi alterne.

Namasté. Alé.